“Come sedurre un femminista”: ironia e sentimento alla Sala Umberto

Dal 12 al 22 febbraio 2026 il palcoscenico del Teatro Sala Umberto in Roma accoglie una delle commedie più attese della stagione: “Come sedurre un femminista”, scritta da Samantha Ellis e diretta da Susy Laude. Protagonisti in scena sono proprio la stessa Laude insieme a Dino Abbrescia, coppia artistica affiatata che promette di conquistare il pubblico con una storia brillante e attuale.

La trama ruota attorno a Kate, una giornalista arguta e ormai disillusa dalle relazioni, stanca di uomini narcisisti e manipolatori. L’incontro inatteso con Steve, durante una festa in maschera, dà il via a una serie di situazioni imprevedibili in cui ironia e profondità si intrecciano, offrendo spunti di riflessione sulle dinamiche sentimentali moderne.

Il testo di Ellis, già apprezzato per la sua capacità di affrontare temi complessi con leggerezza e intelligenza, trova nella regia di Laude un equilibrio tra comicità e introspezione, mentre la chimica tra i due interpreti regala momenti di autentica emozione e divertimento.

L’appuntamento con la prima stampa è fissato per il 19 febbraio, ma gli spettatori potranno immergersi nell’atmosfera della commedia per oltre una settimana. Un’occasione imperdibile per chi ama il teatro che sa far ridere e pensare, e per chi desidera riflettere sulle relazioni di oggi senza rinunciare al sorriso.

Carlo Marino

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Michela Borgia e l’Incanto Ritrovato di Mina – Simona Agostini

C’è un momento, in ogni teatro che si rispetti, in cui le luci si abbassano e un brivido collettivo percorre la platea. Non è solo attesa. È la promessa di un viaggio. E questa sera, al Teatro Italia di Roma, la destinazione era chiara, ma il sentiero per raggiungerla era un atto di coraggio, ripercorrere, con rispetto e talento, l’universo siderale di Mina.

L’artefice di questo viaggio si chiama Michela Borgia. Il suo compito, folle e affascinante, era quello di fare da ponte, da medium canoro, tra il mito intramontabile e i cuori del pubblico. Perché Mina non è semplicemente una cantante. È un paesaggio emotivo dell’Italia moderna, un archivio di sentimenti scolpiti in note e parole. I suoi brani sono stanze dell’anima, chi vi entra riconosce odori, colori, un’estate perduta, un amore finito, una speranza ingenua. Avvicinarsi a quel repertorio con mera imitazione sarebbe stato, come giustamente notato, un sopruso. Michela Borgia, invece, ha scelto la via dell’omaggio intellettuale ed emotivo, non impersonare, ma interpretare. Non copiare la voce, ma evocarne lo spirito, in ogni caso anche la voce c’era!

Ed ecco la magia compiersi. Dal primo accordo di un classico come “Se telefonando”, il teatro non è più un contenitore di spettatori, ma diventa un unico organismo con il cuore aperto. Si vede, si sente, si tocca con mano il potere alchemico della musica. Uomini e donne dai capelli brizzolati che quelle canzoni le hanno vissute nell’epoca del loro splendore si trovano fianco a fianco con ragazzi trentenni, curiosi esploratori di un suono che parla di amore in un linguaggio forse più complesso, più tormentato e al contempo più puro di quello odierno.

È qui che l’aneddoto si fa Storia. Vedere due signori dall’aria austera cantare a squarciagola invitati sul palco “Parole parole”,ed altri con gli occhi chiusi e le dita che battono il tempo sul bracciolo, è un’immagine potente. I giovani osservano, poi sorridono e si uniscono al coro spontaneo. Non c’è pudore, non ci sono freni inibitori. C’è solo l’entusiasmo pudico, commovente, di bambini felici che ritrovano un giocattolo perduto nell’armadio della memoria. La musica di Mina, attraverso la lente offerta daMichela Borgia, diventa un grande equalizzatore generazionale. Le vibrazioni del cuore, come diceva qualcuno, si muovono tutte all’unisono.

Michela Borgia ha una voce cavernosa ma non potentissima come quella della Tigre di Cremona, chi potrebbe? ma ne possiede la grazia interpretativa, un’eleganza nel fraseggio e, soprattutto, una grinta ritmica che nella rilettura di pezzi come quelli su testi di Mogol-Battisti o sulle composizioni di Cristiano Malgioglio, si è rivelata di straordinaria efficacia. Ha guidato il pubblico non come una semplice esecutrice, ma come una narratrice di sentimenti. Il percorso scelto, dagli anni Sessanta ai Novanta, era una mappa precisa di quell’amore cantato a squarciagola, un sentimento declinato in tutte le sue forme: dalla passione ossessiva alla malinconia, dall’ironia alla disperazione.

Il successo è stato travolgente, il teatro esaurito, gli ospiti, come si suol dire “scatenati”. Ma al di là del pienone e dell’applauso, ciò che resta è la sensazione di un dono reciproco. Michela Borgia ha donato la sua competenza e il suo coraggio. Il pubblico ha donato la sua memoria e la sua emozione pura. E in questo scambio, i più anziani hanno rivissuto l’ebbrezza di essere stati giovani, mentre i più giovani hanno compiuto una scoperta preziosa, hanno visto, forse per la prima volta, i loro genitori (o nonni) non come figure istituzionali, ma come anime ancora capaci di fremere, di commuoversi, di abbandonarsi alla pura felicità di una melodia.

Grazie, Michela Borgia, per averci ricordato che sotto il velo del tempo e delle responsabilità, sotto i capelli brizzolati, batte sempre il cuore di un bambino che crede nell’amore raccontato da una voce immortale. E grazie per aver mostrato che la vera fedeltà a un mito non sta nel copiarlo, ma nel mantenerne vivo il fuoco, passandone la scintilla, con arte e devozione, di mano in mano, di cuore in cuore, di generazione in generazione.

IL CALAMARO GIGANTE al Teatro Parioli in Roma

Per la Stagione Teatrale 2025–2026 al Teatro Parioli Costanzo di Roma, dal 12 al 15 febbraio 2026, approda Il Calamaro Gigante, adattamento scenico dell’omonimo romanzo di Fabio Genovesi, con Angela Finocchiaro e Bruno Stori, protagonisti di un attraversamento poetico e visionario che interroga il senso stesso dell’esistere. Un’opera che, sotto la regia di Carlo Sciaccaluga, si configura come racconto iniziatico, parabola contemporanea e dichiarazione d’amore per il rischio, per il desiderio, per quella parte sommersa dell’essere umano che chiede ascolto e spazio. A partire da una vicenda individuale, lo spettacolo si espande in una costellazione di storie, figure e apparizioni che compongono un atlante emotivo sul coraggio di scegliere, sull’urgenza di disobbedire alla rassegnazione, sulla possibilità – sempre aperta – di una felicità non addomesticata.

 

La vita di Angela, costretta dai rigidi binari della società, è insoddisfacente. Quando rientra a Milano per la cena dell’ufficio rimane bloccata nel traffico dei vacanzieri di ritorno dal mare. Allora Angela maledice tutta quella gente, e maledice pure il mare finché un’onda la porta via, travolgendo e stravolgendo la sua vita. In un vortice fuori dal tempo e dallo spazio, dove trova un tipo strano e antiquato, Montfort, Angela inizia questo viaggio assurdo, dove ogni onda porterà i due protagonisti a vivere le avventure di donne e uomini che invece hanno avuto il coraggio di abbracciare il mare e la vita come un’unica, strabiliante meraviglia.


Fabio Genovesi ha scritto:”Il Calamaro Gigante propone insomma un approccio vitalistico, appassionato e coraggioso alla vita, la nostra e quella del pianeta intorno a noi. È un’ode al tuffarsi, al credere nei nostri sogni, alle scelte coraggiose e originali, quelle in cui si rischia qualcosa, ma proprio in questo modo rischiamo di essere felici.”

Carlo Marino

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Collettivo 012 porta in scena una storia vera a Spazio Diamante: Un’esperienza teatrale collettiva tra realtà e ispirazione

Il Collettivo 012 torna sul palcoscenico con un nuovo spettacolo liberamente ispirato a una storia vera, portando la propria cifra stilistica e la forza della drammaturgia condivisa presso la sala black di Spazio Diamante. La produzione, firmata Zerkalo, si distingue non solo per la coralità della narrazione ma anche per la capacità di trasformare un’esperienza reale in un percorso teatrale coinvolgente e ricco di emozione.

La drammaturgia collettiva è stata realizzata da Giulia Agosta, Matteo Bianchi, Lorenzo Franzin, Anastasia Germano, Camilla Grasso, Matteo Lenoci, Domenico Lomuscio, Roberto Marra, Pawel Palus, Caterina Panconesi, Gianpietro Patania, Beatrice Ripa e Gabriele Rollo. Un gruppo affiatato che ha saputo intrecciare le proprie voci in un racconto unico, dove la verità dei fatti si fonde con la libertà espressiva del teatro.

Gli interpreti – tra cui spiccano Giulia Agosta, Matteo Bianchi, Lorenzo Franzin, Camilla Grasso, Matteo Lenoci, Andrea Maiorca, Roberto Marra, Pawel Palus, Caterina Panconesi, Beatrice Ripa e Massimiliano Viola – sono guidati dalla regia di Gianpietro Patania. Le luci e la tecnica sono affidate ad Andrea Hegedus, che contribuisce a creare un’atmosfera suggestiva e avvolgente, elemento distintivo delle produzioni di Spazio Diamante.

Nell’estate del 1943, Maddalena e Bruno si incontrano durante una festa di paese, dando vita a un amore intenso e tormentato che nasce in un’Italia attraversata dalla guerra e dal patriarcato. Quando Bruno è obbligato ad arruolarsi, Maddalena compie un gesto estremo per cercare di salvarlo, segnando profondamente il loro destino. Da queste vicende nasce un romanzo, scritto da Bruno come testimonianza d’amore e resistenza, nonché memoria di una lotta personale e politica per un mondo migliore.

Nell’autunno del 2025, a un anno dalla scomparsa di Bruno, i suoi sei nipoti si ritrovano con l’intento di esaudire il suo ultimo desiderio: pubblicare il romanzo. La riunione familiare fa emergere fragilità, conflitti e solitudini di una generazione smarrita, cresciuta nel solco dei valori trasmessi dai nonni Maddalena e Bruno, figure fondamentali della loro infanzia. L’equilibrio precario viene sconvolto dall’arrivo inaspettato di Diego, cugino dimenticato e scienziato visionario, accompagnato da Ascanio, un’intelligenza artificiale umanoide. Quando Ascanio ascolta la storia dei nonni, effettua un controllo dei fatti che rivela verità sconvolgenti sulla famiglia. Si sviluppa così un racconto teatrale dove amore, eredità, tecnologia e memoria si intrecciano, e passato, presente e futuro si trasformano reciprocamente.

Lo spettacolo rappresenta un’occasione unica per il pubblico di immergersi in una storia vera, reinterpretata con sensibilità e creatività da un collettivo che continua a innovare la scena teatrale contemporanea.

Eleonora Marino

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Allo “Spazio Diamante” in Roma CASA DI BAMBOLA PARTE 2 di Lucas Hnath

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Originariamente prodotto a Broadway da Scott Rudin, Eli Bush, Joey Parnes, Sue Wagner e John Johnson, “A Doll’s House, Part 2” è stato commissionato e prodotto per la prima volta dal South Coast Repertory ed ha beneficiato di una residenza presso New Dramatists.

Per la traduzione e regia di Claudio Zanelli va in scena allo Spazio Diamante, Sala White, in Roma dal 6 al 15 febbraio 2026 Casa di Bambola – Parte 2, di Lucas Hnath che ha debuttato a Broadway nel 2017, ottenendo 8 nomination ai Tony Awards, tra cui quella come Miglior Testo Teatrale. Hnath ha creato una pièce moderna e universale, capace di dialogare con il classico di Ibsen senza tradirne lo spirito. Il suo linguaggio diretto e incisivo mette in luce le complessità emotive dei personaggi, portandoli in una dimensione profondamente umana e riconoscibile.

Viola produzioni – Centro di Produzione teatrale presenta un nuovo allestimento di questo testo, firmato da Claudio Zanelli, con Alice Mistroni, Simone Leonardi, Antonia Di Francesco ed Erica Sani. Le scene sono di Ambramà, i costumi realizzati dalle allieve dell’Accademia Costume & Moda sotto la supervisione di Andrea Viotti, e il disegno luci di Serena Zamperini.

Tutti conosciamo il finale di Casa di bambola di Henrik Ibsen: Nora, stanca di essere trattata come una bambola, lascia il marito e i figli per intraprendere un viaggio alla ricerca di sé. In Casa di bambola, Parte 2, Hnath non solo risponde a questa domanda, ma fa tornare Nora a casa.

Quindici anni dopo, lo spettacolo vede una Nora più libera, feroce e scomoda che mai, pronta a sfidare il perbenismo, a mandare a quel paese la tradizione e tutte le etichette. Ma perché è tornata? Cosa vuole? E che cosa significherà il suo ritorno per la famiglia che ha lasciato?

Casa di bambola, Parte 2 è una commedia tagliente, spudorata e irresistibile, che fa ridere a crepapelle mentre scava senza pietà nelle contraddizioni della vita familiare.

Eleonora Marino

Una mostra collettiva di artisti dal titolo “Vibration” al Circolo degli Esteri

 

Francesco Parané è Choi Yun Jung. Photo Copyright by Carlo Marino
Francesco Parané è Choi Yun Jung. Photo Copyright by Carlo Marino

Quattro artisti, due italiani (Francesco Patané e Tarim Tatusik), un bulgaro (Nikolay Deliyanev) e una coreana (Choi Yun Jung), espongono le loro opere in una mostra collettiva al Circolo degli Esteri fino al 16 febbraio 2026. La mostra si presenta come un percorso che esplora la vibrazione nelle sue diverse forme attraverso il dialogo tra pratiche artistiche eterogenee ma complementari.

Nikolay Deliyanev
Nikolay Deliyanev

 

 

Gli spettatori sono immersi in un’esperienza sensoriale ed emozionale e il paradigma della vibrazione guida i lavori presentati, indagandone le dimensioni fenomenologiche e concettuali, e trovandone una manifestazione fisiologica nel movimento e nelle attività dei corpi.

 

Opera di Tarim Tatusik
Opera di Tarim Tatusik

La corporeità e il movimento sono stati oggetto di studio, riflessioni scientifiche e socio-culturali per secoli. Leonardo da Vinci, ad esempio, ha esplorato il corpo come macchina, indagandone l’ingegneria e come questa fosse al contempo opportunità e limite dei desideri umani. Gli studi antropologici, invece, mostrano come il corpo assorba pratiche, memorie e tensioni emotive, trasformandosi in un organismo vivo di relazione tra individuo e contesto sociale.

 

 

Un esempio emblematico è l’esperienza delle donne tarantate, studiata da Ernesto De Martino, in cui il corpo manifesta convulsioni, agitazioni motorie e movimenti ritmici, traducendo emozioni, tensioni e memorie in uno stato corporale “vibrante”, ponte tra esperienza personale e dimensione collettiva.  Mary Douglas, inoltre, ha spiegato come il corpo sia un sistema di confini simbolici e politici, non solo una realtà biologica. È proprio questo paradigma unificante della vibrazione, incarnata nel corpo e nei suoi movimenti e significati, a costituire il fondamento concettuale delle ricerche artistiche presentate in questa mostra.

CarloMarino

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L’artista coreana Choi Yun Jung a Roma

Choi Yun Jung con l’Ambasciatore della Corea presso la Santa Sede
Choi Yun Jung con l’Ambasciatore della Corea presso la Santa Sede

Il 2 febbraio 2026, l’artista coreana Choi Yun Jung ha partecipato al vernissage “Vibration”, inaugurando una mostra collettiva di artisti al Circolo degli Esteri di Roma. La mostra, aperta fino al 16 febbraio, presenta anche opere di Francesco Patané, Nikolay Deliyanev e Tarim Tatusik.

In un panorama dell’arte contemporanea spesso dominato dallo spettacolo digitale e dalla provocazione concettuale, la pittrice coreana Choi Yun Jung offre un diverso tipo di rivelazione: un ritorno al silenzio, alla memoria e al sublime peso della luce.  Choi si è costruita silenziosamente una reputazione internazionale per opere che sembrano meno dipinti e più portali verso sogni ricordati a metà, interni sereni e paesaggi in equilibrio tra il tangibile e il trascendente.

Choi Yun Jung non cerca di semplificare le emozioni umane, ma si concentra sull’essenza delle esperienze individuali. Le emozioni umane sono complesse e la memoria e le emozioni sono strettamente connesse nel cervello umano. Le nuove emozioni che proviamo vengono riflesse e ricordate attraverso le nostre esperienze. Nelle emozioni calde, ricordiamo i nostri ricordi ed esprimiamo queste emozioni attraverso l’arte.

Le sue opere catturano le vibrazioni del continuo fluire della vita e delle stagioni, rappresentate in immagini astratte e sfumate come vapori crepuscolari. Un continuo diffondersi di luci e colori gioiosi, o parti di colori più scuri, evidenzia il lento ma inesorabile passare del tempo, simile ai paesaggi naturali. Il mondo pittorico di Choi Yun Jung è un organismo di colori, con marroni, ocra abbaglianti diluiti con grigi e morbidi rosa. Le pennellate si dispongono come basi di scorrimento per lo spettatore, e lo spazio vibra di emozioni. La struttura di ogni opera è composta come l’espressione di un pensiero non verbale, trasformato in una struttura articolata e consolidata nella rivelazione della realtà attraverso la creazione.

Choi Yun Jung traduce principalmente le vibrazioni nella sfera psicologica. La sua armonia cromatica si sintetizza nel termine “Good Vibration”. Attraverso il colore, l’artista rende visibili le vibrazioni interiori e intime. La modulazione dei toni e la delicatezza dei passaggi cromatici creano un ampio spazio simbolico, in cui lo sguardo dello spettatore viene accolto e guidato in un’esperienza contemplativa, come se la vibrazione interna dell’opera si espandesse nello spazio visivo circostante.

L’uso della carta tradizionale coreana “hanji” è peculiare come componente poetica e stilistica. Questo materiale morbido e delicato permette di creare superfici stratificate dove i colori si incontrano, generando effetti in rilievo e una qualità tattile che amplifica la vibrazione emotiva delle opere. La firma di Choi risiede proprio nella sua magistrale manipolazione dell’hanji e dei pigmenti naturali, che stratifica per creare superfici che sembrano respirare. Le sue opere, dall’atmosfera intima, raffigurano campi di colore astratti che evocano un profondo senso di “han” (un concetto coreano di bellezza toccante e dolore irrisolto) e di “heung” (gioia improvvisa e spontanea). L’artista padroneggia l’estetica coreana dello “spazio vuoto riempito di significato” (공간의 ) e, nella mostra di Rom, la trasmette anche alla riflessione dello spirito italiano.

CarloMarino

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L’amore non lo vede nessuno al Teatro Quirino

Dal 3 all’8 Febbraio 2026 al Teatro Quirino in Roma va in scena L’AMORE NON LO VEDE NESSUNO di Giovanni Grasso, uno spettacolo tra mistero e sentimento, un viaggio teatrale tra domande esistenziali, emozioni e suspense con Stefania Rocca e Giovanni Crippa.

Il Centro Teatrale Bresciano, il Teatro di Napoli – Teatro Nazionale, il Teatro Quirino e la Compagnia Molière presentano una nuova, intensa produzione teatrale: “L’amore non lo vede nessuno”, testo di Giovanni Grasso tratto dal suo omonimo romanzo. Sul palco brillano Stefania Rocca, Giovanni Crippa e Franca Penone, mentre la regia è affidata a Piero Maccarinelli, supportato dalla collaborazione artistica di Fabiana Di Marco. L’impianto scenico è firmato dallo stesso Maccarinelli, le luci sono di Javier Delle Monache, i costumi di Gianluca Sbicca e le musiche originali sono di Antonio Di Pofi. Carla Lanzetta riveste il ruolo di assistente alla regia, mentre la squadra tecnica comprende Maria Giovanna Stinga come direttrice di scena, Dario Salvagnini al fonico, Sabrina Solimando alla sartoria, con il supporto del service Fonomaster e dei trasporti Trasportiamo. La grafica è stata curata da Antonella Pizzetti.

Lo spettacolo, una coproduzione tra Teatro Quirino, Centro Teatrale Bresciano e il Mercadante di Napoli, ha avuto l’onore di chiudere il prestigioso Festival di Spoleto 2025. Dopo i successi delle precedenti prove teatrali di Grasso, “Fuoriusciti” e “Il Caso Kaufman” – quest’ultimo ancora in tournée al San Ferdinando di Napoli e al Teatro Sociale di Brescia – “L’amore non lo vede nessuno” si inserisce come la terza tappa di un percorso drammaturgico di grande impatto.

Ma di cosa parla questa pièce? È forse un giallo, come suggeriscono alcune atmosfere? E che legame può esserci tra Dio e un’indagine? Il pubblico è chiamato a interrogarsi sulla natura dei personaggi: chi sono realmente le due donne, la sorella e l’amica? E chi era Federica, la giovane morta in un incidente stradale? Da dove nasce l’amore? Domande profonde che, se trovassero risposta, svelerebbero forse il mistero stesso della vita.

La narrazione si dipana in due spazi distinti ma compresenti: da una parte la casa piccolo borghese di Silvia, sorella della donna scomparsa, dall’altra un piccolo bar di periferia, ambiente dai toni ambigui. In questi luoghi si intrecciano le vite e i destini dei tre protagonisti, in un confronto serrato che conduce lo spettatore a riflettere sulle grandi domande dell’esistenza, tra emozioni, mistero e colpi di scena. La regia di Maccarinelli, attenta ai dettagli e alle sfumature emotive, accompagna lo spettatore in un viaggio intimo e universale, dove ogni elemento scenico contribuisce a creare un’atmosfera sospesa tra realtà e introspezione.

“L’amore non lo vede nessuno” è uno spettacolo che coinvolge e commuove, lasciando spazio alla riflessione sulla complessità dei sentimenti umani e sulla ricerca, spesso vana, di risposte definitive. Un evento da non perdere per chi ama il teatro che pone domande e fa sognare.

Carlo Marino

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IL MALATO IMMAGINARIO di Molière alla Sala Umberto in Roma

 

 

Da 27 gennaio al 1^ febbraio 2026 TINDARO GRANATA  e LUCIA LAVIA vanno in scena, al Teatro Sala Umberto in Roma, con IL MALATO IMMAGINARIO
di Molière. In questa nuova versione de Il Malato Immaginario, la messinscena firmata da Andrea Chiodi si distingue per una rilettura originale che intreccia la tradizione molieriana con suggestioni brechtiane e becketiane. L’adattamento non si limita a rinnovare il testo, ma ne esalta la dimensione metateatrale, rompendo frequentemente la quarta parete e dipanandosi in un gioco di distacco critico tipico del teatro di Brecht. Le dinamiche familiari e le ossessioni di Argante si colorano così di una nuova ironia, che invita il pubblico a riflettere sulle proprie nevrosi e sulle convenzioni sociali, senza mai perdere il tono irriverente e contemporaneo.

Allo stesso tempo, l’influenza di Beckett si avverte nella rappresentazione dell’attesa e dell’assurdo, che permea l’atmosfera dell’opera. L’ipocondria di Argante diventa una condizione esistenziale, quasi sospesa, che richiama il senso di immobilità e di ricerca di senso tipico dei personaggi beckettiani. In questo modo, la nuova lettura de Il Malato Immaginario trasforma la commedia in un viaggio onirico e surreale, dove il confine tra realtà e finzione si fa sempre più labile, e il riso diventa uno strumento di resistenza e di presa di coscienza.

Dopo il successo degli allestimenti dedicati a classici come La locandiera di Goldoni e La bisbetica domata di Shakespeare – per cui Tindaro Granata è stato candidato al Premio Ubu –, l’attore siciliano e il regista Andrea Chiodi tornano così a collaborare lavorando su uno dei testi più fortunati di Molière, Il malato immaginario.

Il 1673 è l’anno di composizione dell’opera: un nuovo attacco di Molière contro i medici, che testimonia, ancora una volta, il suo odio viscerale per questa categoria.

“Molière – scrive Giovanni Macchia, tra i francesisti più autorevoli del Novecento – è uno scienziato delle nevrosi”. È un uomo malato, che teme di morire, ma che sa anche che ridere e far ridere è una difesa contro quelli che erano i suoi stessi mali: la gelosia, il dolore, l’ansia, la malinconia. C’è, dunque, dietro commedie che sembrano fatte di comicità persino farsesca, l’ombra di un autoritratto, un gioco, dice Macchia, “tra assenza e presenza”.

Malato immaginario onirico e irriverente quello firmato da Andrea Chiodi, divertente e contemporaneo nel portare in scena le vicende familiari dell’ipocondriaco Argante, circondato da medici inetti e furbi farmacisti, ben felici di alimentare le sue ansie per tornaconto personale.

Come l’avaro Arpagone, Argante è vittima di se stesso e burattino di chi gli sta intorno, prigioniero della sua stessa paura, un’ossessione – l’ipocondria – che in questa nuova versione del capolavoro di Molière diventerà piena protagonista.

Interessanti le note di drammaturgia di Angela Dematté: 

Il malato immaginario arriva alla fine di un periodo complesso per Molière: come in una corsa al massacro sociale si sposa con una donna che potrebbe essere sua figlia (e tanti pensano lo sia davvero), scrive opere sempre più scomode (subendo costantemente gli strali delle categorie che prende di mira: tartufi, misantropi, avari…) ed entra in conflitto con il musicista beniamino del re, Gianbattista Lulli. In questo stato scrive per sé il personaggio di Argante, malato immaginario. Come scrive Cesare Garboli: “La malattia di Argan soccorre il malato come un sedativo. Lo soccorre nel profondo bisogno di non esistere, di addormentarsi, di assentarsi, finché tutta la vita sia risucchiata dal nulla. Se la vita è male, asserisce Argan, si può viverla solo se si è ‘malati’, o si è irresponsabili e ciechi. Argan difende un asilo innocente, il suo diritto all’infanzia.”

Mi sembra che l’autofiction in cui tutti noi esseri umani siamo caduti da qualche tempo, questo nostro rappresentarci continuamente anche nei nostri malanni più intimi, sia molto simile alla malattia di Argante/Molière.

Vogliamo mostrarci malati, immolarci, morire in scena per trovare disperatamente qualcuno che ci accudisca, compatisca, perfino che ci derida o che ci odi: cerchiamo un qualsiasi sguardo genitoriale che ci permetta di esistere. Il re Luigi/padre sta già sostituendo Molière con un nuovo musicista/figlio, più furbo, leggero e di moda e – paradossale – con il suo stesso nome: Gianbattista. Molière non sarà più il commediante del re. Quello di Argante/Molière è un ultimo, disperato sforzo. Morendo, Molière ci deve aver detto qualcosa d’essenziale, di vicinissimo a noi. Si esiste solo se si è guardati. Si muore, talvolta, per esistere“.

 

Nelle note di regia Andrea Chiodi ha scritto:” ‘Io sono il malato!’, così grida Argante al fratello Beraldo e alla serva Tonina: “Io sono il malato!” … Mi sono chiesto se questo grido non fosse il grido disperato di un autore teatrale che, mentre scrive, si sente messo da parte, ridicolizzato dalla società, non più di moda e, nel caso di Molière, non più accettato a corte. Con questo lavoro ho cercato di mettere in scena questo grido disperato, il grido di un artista, la domanda di un artista, la domanda di chi cerca di far capire a chi parla la sua arte, il suo teatro, fino a morirci dentro, fino a decidere di essere malato per proteggersi dalla durezza della realtà. L’abbiamo fatto con il testo integrale e fedele con la sola aggiunta della supplica di Molière al Re, supplica in cui domanda: “Allora ditemi sinceramente, mio sovrano Signore, se volete che io scriva ancora delle commedie. Io non voglio dar fastidio a nessuno. Preferirei morire piuttosto che pensare che il teatro di Molière disgusta tanto da detestare il solo sentirlo nominare.”

Carlo Marino

Photos Copyright 2026 by Carlo Marino #carlomarinoeuropeannewsagency

 

 

A Roma proiezione del film azerbaigiano “Buta”

Photos copyright 26 by #carlomarinoeuropeannewsagency
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A Roma, in occasione di un evento dedicato al cinema azerbaigiano, è stato proiettato, a gennaio 2026, il film “Buta”. L’iniziativa, organizzata congiuntamente dall’Ambasciata della Repubblica dell’Azerbaigian in Italia, dal Centro Culturale dell’Azerbaigian e dall’Associazione “La Lampadina – Periodiche Illuminazioni”, si è svolta presso il Cinema Caravaggio.

Rashad ASLANOV Ambasciatore dell’Azerbaigian photo copyright 2026 by Carlo Marino
Rashad ASLANOV Ambasciatore dell’Azerbaigian photo copyright 2026 by Carlo Marino

 

 

Diretto da Ilgar Najaf e realizzato nel 2011 su commissione del Ministero della Cultura, “Buta” è stato candidato ufficiale del Comitato Nazionale per l’Oscar nella categoria “Miglior film straniero”.  Inoltre, l’opera ha trionfato agli Asia Pacific Screen Awards, noti anche come gli “Oscar asiatici”, vincendo il premio per il Miglior film per ragazzi.

“Buta”, parola che racchiude, tra gli altri concetti , uno dei simboli dell’Azerbaigian, un motivo ornamentale a forma di mandorla o pigna con un’estremità superiore curva e appuntita, è nel film la storia di un bambino solitario di sette anni di nome Buta che vive in un villaggio di montagna con la nonna e che stringe amicizia con un anziano commerciante di sapone liquido che un tempo amava (e ha perso) la nonna di Buta. L’amicizia e i saggi consigli dell’anziano aiutano Buta a superare le difficoltà della vita. Nel frattempo, la nonna di Buta sta tessendo un tappeto speciale in memoria della madre di Buta. Il tappeto presenta un motivo speciale, anch’esso chiamato “Buta”, che rappresenta l’amore. Ispirato dal lavoro della nonna, Buta decide di creare il suo “buta” fatto di rocce e pietre in cima alla montagna.

Carlo Marino

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